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Tutto è cominciato quando a 12 anni ho detto al mio allenatore che il mio obiettivo era quello di gareggiare alle olimpiadi.
Qualche anno dopo è stato bellissimo salire sul blocchetto di partenza e vedere con la coda dell'occhio 15.000 persone.
Quel giorno non avevo nessun rimorso, sapevo di non poter stare meglio. Al mattino in batteria anche se non partivo da favorito sapevo
che sarei stato un protagonista, così mi sono detto "occhio, ci sono anch'io". Poi lo start e sin dal primo metro mi sono sentito un toro:
conducendo la gara con lucidità. Ero veloce e sentivo che era solo l'inizio della favola.
(Nella foto GMT l'esultanza all'arrivo)
Alla partenza della finale ero sereno, avevo già vinto un argento, ero così concentrato che quasi non ricordo le sensazioni di quegli istanti.
Dopo la partenza ce l’ho messa tutta, è stato come essere in trance fino agli ultimi 20 metri. Già immaginavo quello che da tempo era solo
un sogno: saltare fuori dall'acqua, salire sul blocchetto e gustare quei pochi minuti tutti miei. Non sapevo se urlare, piangere o correre
per salutare tutti, così ho fatto tutte e tre le cose.
Queste emozioni e la sensazione leggera della medaglia che adagiandosi mi abbraccia il collo sono i ricordi che in ogni momento di
duro sconforto mi danno l'energia per mettercela ancora tutta, sorridere ed essere ottimista.
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